Nella società giapponese, la comunicazione non verbale è molto importante sia nella vita privata che nella vita pubblica. Nel mondo del  business essa comprende l’uso dell’inchino, la chiusura ritmica degli occhi e il silenzio. Questo modo particolare di comunicare che in giapponese si traduce col termine chinmoku, ha delle caratteristiche specifiche che derivano dall’importanza dei loro valori.

Nel mondo occidentale, di contro, siamo soliti pensare che il silenzio, l’assenza di parole, vada necessariamente colmata con dei suoni non verbali, quali “ehm…beh” che servono sia per prendere tempo, quando si stanno ancora cercando le parole corrette, sia soprattutto per governare lo scambio dei turni e gestire l’andamento della cultura giapponese ne è un tipico esempio.

È noto, del resto, che la cultura sia, infatti, comunicazione. Il silenzio, paradossalmente può parlare più di mille parole e la cultura giapponese ne è un tipico esempio.

Del resto la cultura è principalmente un fenomeno implicito e non verbale.

Per il manager giapponese restare in silenzio assume il significato di “ishin denshin” che può essere tradotto con “ciò che la mente pensa, il cuore trasmette”.

Durante gli incontri di business, così come nella vita quotidiana giapponese, il silenzio è assai più frequente e più duraturo di quanto non lo sia nella società occidentale. Ci sono una serie di ragioni che lo motivano ma le più importanti sono due: i fattori storici e la lo spirito collettivista nipponico. Nel corso dei secoli i giapponesi hanno sempre considerato il restare in silenzio come un’arte, una virtù assimilabile al rispetto, alla fiducia: i termini “haragei” e “ishin denshin” simboleggiano l’attitudine giapponese alla reciproca fiducia e comprensione.

Secondo Matsumoto il termine “haragei” rappresenta l’azione verbale o fisica che un individuo utilizza per influenzare la controparte oppure l’atto di relazionarsi con le persone attraverso delle formalità e grazie all’esperienza acquisita.

Il silenzio, in Giappone, ha sia aspetti positivi che negativi e per comprenderli è innanzitutto necessario capire le situazioni in cui i giapponesi restano in silenzio. Praticare il  chinmoku, infatti, non significa affatto non avere nulla da dire , bensì, spesso si resta in silenzio per cercare il modo più appropriato di comunicare un concetto, una contrarietà senza offendere l’interlocutore restando sul piano del consenso, dell’armonia: il silenzio, in parole povere, è un ulteriore mezzo utilizzato per evitare, allontanare il conflitto. Questo tipo di silenzio prende il nome di “enryo-sasshi” ossia “riserva, contenimento.

”Il silenzio può anche essere impiegato per evitare situazioni di imbarazzo, di compromissione, addirittura all’interno della coppia.”

Un uomo di poche parole, anche nel campo del business, è considerato un uomo di virtù, di valore a cui portare fiducia e rispetto.

In una società collettivista e ad alto contesto come quella nipponica, è chiaro che per le persone sia piuttosto strano porre domande in sequenza e ciò è strettamente legato all’importanza del vago, del dubbio per il modo di comunicare “salva faccia” giapponese.

Le lunghe pause di silenzio sono tacitamente accettate durante i meeting aziendali in Giappone, cosa che provoca per noi occidentali, al contrario, uno stato di inquietudine e di imbarazzo. La ragione di ciò risiede nel fatto che i giapponesi sono convinti di potersi comprendere anche senza parlare, e come appena rimarcato, non amano discutere apertamente (ricordiamo che non esiste un termine giapponese appropriato per descrivere questo contesto).

Il silenzio come risposta, può essere tradotto in modi diversi: può essere trasposto con un “hai” (si) o con un “non so”, a seconda del contesto. Noi occidentali non comprendiamo l’importanza del silenzio come forma di comunicazione e ciò provoca spesso lo sfociare di conflitti, da parte del manager occidentale che sente di non essersi espresso in maniera chiara e tende a ripetere il concetto alla controparte che ascolta in assoluto silenzio.

Vi sono due proverbi interessanti in merito al ruolo del silenzio per i giapponesi ossia  “kuchi wa wazawai” che significa “dalla bocca esce il diavolo” e “iwanu ga hana” ossia “il silenzio è oro”.

Ecco ancora una volta quanto sia vitale conoscere gli elementi principali di una cultura e avere una sensibilità interculturale onde poter condurre delle trattative proficue a lungo periodo.

Estratto del libro “I valori del business, il business dei valori. Etica e comunicazione nel mondo aziendale giapponese. ” Info: lucilla@lucillarizzini.com

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