In questi giorni di sicurezza in casa propria dovremmo, tutti, esplorare le nostre motivazioni più profonde, motivazioni al fare o non fare certe cose. Oggi mi soffermo sullo sport che è una metafora della vita quindi racchiude molti aspetti, inconsapevolmente.

In questo momento storico particolare ci siamo, probabilmente, chiesti più del solito:

Cosa cerchiamo nella vita?  

A cosa aspiriamo?

Perchè pratichiamo sport e perchè, invece, non lo pratichiamo?

Voglio condividere con te un mio scritto di ben 5 anni fa, un miscuglio di emozioni, un ricordo indelebile nel mio cuore.

“E quando le vostre gambe non ce la faranno più, sarà la vostra testa a prendere il comando, ma quando anche la vostra mente sarà sfinita allora chiederete aiuto al vostro cuore. Domandategli perchè siete qui e continuate a sognare” Più o meno era una cosa del genere. Cuore, testa e gambe. Sono le parole della speaker inglese venerdì pomeriggio alla partenza della Ultra trail du Mont Blanc, un ultra trail di 170km attorno al Monte Bianco. Io c’èro si, ma come spettatrice. Le mie fatiche erano terminate un giorno prima, col mio ritiro al Cormet de Roselend durante la mia seconda TDS.

Erano le 22 e rotti di mercoledì 26 agosto 2015, da circa un’oretta, da quando il ginocchio sano aveva iniziato a cedere e gridare vendetta, stavo meditando se fermarmi o proseguire. Un’orgia di pensieri in testa, lacrime amare, magone nello stomaco e quel povero ginocchio che continuava a cedere. Certo potevo continuare, certo potevo strisciare sino all’arrivo imbottita di farmaci e fasciata a mò di mummia. E,  ho serenamente deciso di mollare. Con tanta fatica, con tanta amarezza e un’unico pensiero positivo. Poter attendere il mio compagno all’arrivo, poterlo incoraggiare e sapere che ero comunque con lui. Ogni istante. Sino all’arrivo.

L’orgia del trail sono circa 10.000 persone che si riversano per le strade di Chamonix, l’ultima settimana di agosto, per competere contro se stessi, i propri limiti, le proprie convinzioni, per inseguire un proprio sogno. L’orgia del trail è fatta di tanti topolini che con braccialetti di diversi colori (uno per ogni competizione) si muovono leggeri (prima della gara) e zoppicanti (post fatica) tra uno stand e  l’altro in cerca di qualcosa. Potrei dire ammirazione (sfoggiano il tanto agognato gilet da finisher, me medesima), chiedono anzi forse pretendono riconoscimento. Migliaia di topolini alla ricerca di un premio per le proprie fatiche, un buff nuovo, uno zaino tecnico, dei gel che ti facciano andare più forte, il souvenir con immagine del Monte Bianco per la mamma che sta a casa e manco sa dove sei. Disgraziato di un figlio.

L’orgia del trail sono centinaia di brand sportivi che offrono, più o meno tutti la stessa roba, ma a prezzi molto distanti tra loro. L’orgia del trail sono anche le mogli, le compagne, i mariti, i morosi ed i figli che, spesso a malavoglia, accompagnano questa folla di psicopatici (perchè ammettiamolo dai sembriamo scappati tutti da uno stesso ospedale psichiatrico e con questo mi sento pure di offendere i malati reali).

L’orgia del trail sono le polemiche del prima e del dopo, attorno alle quali io ci vedo solo una cosa, l’unica che a mio parere, in ogni campo, dalla politica allo sport passando per la moda, il vino e anche la musica, muove la polemica, ossia l’invidia.

L’orgia del trail però è anche qualcosa di più, qualcosa di profondo, qualcosa di (e non mi stancherò mai di dirlo) spirituale. Cosa caspita è che riunisce 10.000 persone a Chamonix quella settimana? Vediamo un po’. Sicuramente l’ansia di voler dimostrare, l’ansia di poter dire “ah sai io ho fatto l’utmb, c’ho pure il gilet”, l’ansia di significare. Eh si perchè nella vita di tutti i giorni molti di noi sentono di non significare abbastanza rispetto alle proprie potenzialità e certe imprese le compiono per dimostrare qualcosa a se stessi e agli altri. Inutile negarlo. Però 10.000 son sempre tanti eh. 10.000 psicopatici, pensaci bene. Dal Giappone al Sud America, 78 paesi rappresentati. Possibile che ci sia “solo” questo, l’ansia di dimostrare qualcosa agli altri o a se stessi? L’ansia di significare?

Io credo ci sia di più. Ci sia quel qualcosa che l’organizzazione del Monte Bianco ha saputo individuare e sfruttare. C’è il Monte Bianco con la sua magia, c’è la passione della montagna con la sua intrinseca fatica, c’è l’amore dei famigliari con lo scazzo da assistente che ne consegue. C’è la condivisione di tutto questo, passione, fatica, scazzo, in una parola sola direi che c’è condivisione di EMOZIONI. Senza queste l’UTMB sarebbe solo business ed invece…

E poi e poi c’è la cosa per me più importante. Ci sono i bambini e le pistole ad acqua.

Ci sono i bambini italiani che sotto il Petit San Bernard ti guardano il pettorale e vedendo che sei italiana ti urlano “Italia, Italia, dai Lucilla” e ti battono il cinque.

Ci sono i bambini francesi che scendendo a Borg Saint Maurice ti vengono incontro chiedendoti se ti possono bagnare il buff o il cappellino ad un idrante improvvisato. Ti vengono incontro così non perdi tempo a fermarti. Non so se rendo.

Ci sono i bambini che salendo subito dopo Borg ti offrono acqua in bicchiere, che le loro madri versano. E li vedi che corrono a destra e sinistra cercando di dissetare tutti quanti.

E poi ci sono quei due monelli con le pistole ad acqua. Resteranno con me per sempre. Li prendo come àncora per i periodi tristi che certamente arriveranno. Loro due e una fontana. In quel momento una decina di noi, pazzi psicopatici col braccialetto azzurro erano faticosamente diretti al forte dei derelitti (Fort de la Platte). Uno (il leader) armeggia alla fontana e urla all’altro qualcosa tipo “vaporiseu” (scusate non parlo francese) e quello ci spara addosso migliaia di goccioline rinfrescanti. Lui invece ricarica il suo fucile e ci urla “patient”. E cosa fai? Io serenamente aspetto che il mio piccolo assassino mi finisca con miliardi di bollicine di acqua.

Quei due tipetti di 7/8 anni non sapevano di certo che in questo loro gioco si stavano prendendo cura di noi che affaticati e accaldati stavamo affrontando la salita più lunga.

Ecco vedi il gioco è una cura, il trail è un gioco, ma il trail è una cura?

Tre cose ho imparato durante questa orgia del trail:

  • che osando fallire si imparano cose nuove, di sè e degli altri. Io ho imparato ad attendere, attendere i passaggi di Carlo, attendere sue notizie, attendere il suo arrivo senza poter fare nulla (e per una persona impaziente come me è davvero un traguardo);
  • che si sogna in grande solo se ci si prende cura di se stessi e degli altri. Altrimenti è un harakiri inutile, o forse utile solo all’ansia di significare;
  • che il trail, lo sport, e anche la vita è un bellissimo gioco. Da bambini apprendiamo giocando. Il gioco anzi è una roba serissima, mentre giocano i bambini costruiscono se stessi, elaborano le delusioni, i rimproveri dei genitori e sviluppano intelligenza e creatività. E così anche noi adulti. Già lo sapevo prima, perchè spesso camminando o correndo ho delle ottime intuizioni, ma davanti a quella pistola ad acqua, vittima di un killer spietato ho sorriso piangendo dalla gioia di essere anche io una bambina come lui. La gioia di poter condividere con questo bimbo francese di circa 7 anni lo stesso gioco. Il gioco della vita.

Sono passati quasi 5 anni e quelle emozioni sono ancora presenti dentro di me, sono la mia àncora nei periodi difficili, complicati, proprio come quello attuale che, tutti, siamo attraversando. In questo ultimo mese molte persone mi hanno scritto chiedendo un consiglio, un aiuto per stringere i denti ed andare avanti. A loro e a te faccio due domande, il viaggio di crescita parte sempre da lì.

Chi vuoi essere dopo questa tempesta?

Che uomo o donna vuoi  diventare?

In un mese, e poco più io, ho messo a fuoco tante piccole cose, ho scelto cosa tenere e cosa buttare, ho fatto chiarezza e sono tornata a correre. Si, sul mio tapis roulant in garage. Che bello tornare al mio mac dopo una bella sudata, negli ultimi mesi ero cosi presa dagli spostamenti quotidiani da aver accantonato la mia grande passione: ho ri-trovato me stessa pur lavorando 12 ore al giorno. Sono estremamente soddisfatta e motivata anche senza braccialetto colorato. Magari un giorno ti dico perchè ho iniziato a correre. Iscriviti alla mia newsletter così lo scoprirai.

Quando sei pronto a lavorare insieme a me sul tuo presente per costruire il tuo futuro può interessarti ciò che trovi qui.

Stay safe at home, run & repeat,

Lucilla